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Pearlchild I - Cap1.1 "Scatola"

27 dic 2022
Tempo di lettura: 12 min

Aggiornamento: 23 set


Quand’era piccola le dicevano che i sogni non erano altro che microscopici animaletti fatati che, come pesci, scorrono e si agitano sott’acqua. Se fosse così però, acciuffarli sarebbe molto complicato, perché risulterebbero minuscoli e l’occhio umano farebbe fatica ad inseguirli. Forse doveva solo immergere le dita, armarsi di pazienza e attendere il momento più opportuno con la mano aperta.

Era però un pomeriggio caldo e umido e l’idea di rimanere a zonzo non le andava a genio. Lentamente, Rachel Bhelmet avvicinò una mano al viso e si strofinò una guancia. Alzò il gomito in avanti e con l’indice scacciò un insetto.

Pluff!

Un fremito improvviso la costrinse a sollevare gli occhi. Tra i ciuffi di tifa sopra l’acqua, un rospo aveva appena compiuto il grande balzo, inabissandosi nell’acquitrino.

Cercando di non forzare le ginocchia, Rachel si sporse sullo stagno e sollevò lo sguardo. Una damigella blu cobalto danzava senza sosta a pelo d’acqua. Lei prese a fissarla nella speranza di vederla posarsi su una fogliolina, ma più la inseguiva e più la sensazione che quella creatura la stesse ingannando si faceva intensa.

Che vita buffa, pensò. Perfettamente libere di muoversi e fuggire senza mai fermarsi. A quel pensiero, tutte le minuscole forme dello stagno le parvero lontane e astratte, come se stessero svanendo o, per uno scherzo del destino, non fossero mai esistite. In ogni caso, lei, con quelle minuscole creature, non aveva nulla a che fare, perché non si sentiva affatto libera e il destino lo conosceva da parecchio tempo.

Si voltò verso il pascolo assolato che si estendeva come un manto smeraldino fino la collina. Fece una smorfia e con la mano si coprì il viso. Un raggio di sole un po’ ostinato le filtrava attraverso il cappello. Lo abbassò sulla fronte e con uno sbuffo chinò la testa.

Ah, mia cara estate... pensò tra sé, sarai anche bella e colorata, però a restare fermi così a lungo ci si stanca troppo...

Trasse un lungo respiro e, con tutta la forza che aveva in corpo, emise un grido:

“Lizzie! Ma insomma, ti muovi o no!?”

Che amica inaffidabile, commentò tra sé. Eppure le aveva promesso che sarebbe tornata presto. La solita raffica di promesse sparate al vento. Per giunta, quel giorno Lizzie era uscita di casa senza il suo gatto, perciò, qualsiasi scusa avesse usato tirando in ballo Pasticcio non avrebbe retto.

Da un po’ di tempo, Lizzie sosteneva che Pasticcio si stesse comportando in modo buffo, perché era capace di scomparire per delle ore e presentarsi sulla porta, ogni volta che lei usciva dalla stanza senza dire nulla. Dopo alcune riflessioni, aveva anche iniziato a sospettare che la causa di quello strano atteggiamento fosse un fosso situato tra il maneggio e il campo di girasoli di Greyshire ai piedi della collinetta. A Rachel aveva detto di averlo scoperto per caso un pomeriggio in cui era uscita per verificare quelle voci sugli esemplari di coccinella bianca.

Quello stesso giorno, però, senza neanche accorgersene, Pasticcio s’era messo ad inseguirla. A un certo punto si era fermato lungo il fosso. Aveva iniziato a miagolare come un matto e lei, non sapendo cosa lo tormentasse, era tornata indietro. All’improvviso il gatto ci si era fiondato dentro, e Lizzie, disperata, era corsa a prenderlo ma a causa dell’acqua troppo alta non era scesa. In compenso, aveva tribolato come una matta con il suo amico per convincerlo a tornare indietro.

Adesso, però, Pasticcio era rimasto chiuso in casa e lei poteva ritenersi libera. Seppur con qualche intoppo, era riuscita a sbarazzarsene, rinchiudendolo in soffitta dopo averlo distratto con gli avanzi del pranzo di suo nonno legati a una cordicella. Ciononostante, la curiosità l’aveva convinta a tornare al fosso. Se non altro, avrebbe potuto sbirciare in santa pace e senza fastidio.

Rachel, che era cauta e riflessiva e non amava le iniziative in solitaria, si era offerta di accompagnarla per tenerla d’occhio affinché non finisse nei guai come il suo gatto. Questa volta però la sua vicina si era ribellata e non le aveva dato retta. Anzi, le aveva spiegato che il sentiero per raggiungere il fossato era brutto e stretto, e che Rachel, poco incline ai tratti scomodi, si sarebbe stancata subito. Così, sforzandosi di crederle, Rachel si era accovacciata vicino allo stagno ed era rimasta ad aspettarla tutto quel tempo.

Tutt’un tratto, guardò nell’acqua e vide su una foglia un rospetto rosso che la fissava. Gli occhi globosi e lucidi, la bocca immobile.

Che c’è, caro rospetto, vuoi aiutarmi? Pensò, abbandonandosi a un sorriso malinconico mentre lo osservava. 

Davvero saresti così gentile da riportarmi a casa?

Di colpo, il flebile ronzio di un aeroplano passò tra le nuvole fino a svanire. Un attimo dopo, una carezza d’aria tiepida le sfiorò il viso e con dolcezza le levò il cappello. Lei allungò una mano per riacciuffarlo. Poi si bloccò. Dai piedi della collinetta le giungeva un noioso fischio. Guardò di nuovo verso il pascolo e scorse la sagoma di Lizzie lungo una salita erbosa. La vide agitarsi e gridare qualcosa nella sua direzione, ma era ancora troppo distante e il vento le impediva di sentire bene.

 “Ti prego, sbrigati!” protestò. Attese qualche istante, poi, vedendola avanzare, fece un lungo respiro e abbassò lo sguardo. Poco dopo, il fruscio dell’erba la costrinse a rialzare gli occhi. Tirò un sospiro di sollievo e ritrasse le gambe, asciugandosi i polpacci umidi di sudore. Un attimo più tardi, la sua amica era di nuovo lì:

“Allora, si può sapere cos’hai visto?” domandò Rachel impaziente.  “Non ce la faccio più.”

L’altra le si avvicinò abbacchiata, riprendendo fiato:

“Rachy, mi dispiace ma... non l’ho fatto apposta...”.

Rachel mugugnò qualcosa e serrò le labbra. Lizzie, contrariata, incrociò le braccia:

 “Lo sai che è tutta colpa di Pasticcio...” cominciò. “Se quel giorno non si fosse incaponito, a quest’ora...”.

Rachel la fissò finché un debole sorriso non le addolcì il volto:

“Anche qui non era male, sai?” disse con voce pacata. “Ci sono un sacco di animaletti interessanti...”Con aria distratta fece dondolare il piede più volte, picchiettando con la punta della scarpa contro una roccia. Lizzie provò a difendersi:

“Pasticcio è così insistente che a volte, non mi lascia scelta...”

“Allora, di che si tratta?” domandò Rachel.

Un velo di delusione avvolse Elizabeth:

 “Ah! Solo un po’ di pesce andato a male e basta...” disse con una smorfia. “Era chiuso in un sacchetto in fondo al canale... ho provato a recuperarlo in qualche modo ma mi ci è voluto tempo”.

Rachel si stropicciò una palpebra e, nello stesso istante, un borbottio indistinto le uscì di bocca, quindi domandò:

“Ma non dicevi che Pasticcio è un gatto strano perché a differenza dei suoi simili non ama il pesce?”.

“Beh, per quanto strambo e paranoico, è pur sempre un gatto...” disse Elizabeth, scrollandosi la veste per scacciare i forasacchi che le si erano appiccicati addosso. Rachel la incalzò:

“Dai, torniamo a casa”.

L’altra l’afferrò e la tirò su finché Rachel non si aiutò con la stampella per rimettersi in piedi. Poi disse:

“Rachy, te l’assicuro... non pensavo ci avrei messo così tanto, scusami”.

 “Ok, ma non ho più voglia di aspettare, fa troppo caldo”.

“Ma non è che non stai bene?”

“Certo che sto bene, che cosa credi?”

Lizzie la fissò in silenzio e fece spallucce:

“Non so... magari...”

“Magari...?” Camminavano a rilento, parlottando e punzecchiandosi a vicenda lungo il sentiero che dal pascolo conduceva a casa. Poi il tono di Elizabeth si fece più incalzante:

“Magari non vuoi dirmelo”.

“Lo sai che non è vero!”

Le guance di Lizzie assunsero l’aspetto di due mele rosse:

“Non vuoi dirmelo perché ti sei scocciata di aspettarmi!”

“Questa è proprio buona!”

“Ma se ti ho anche chiesto scusa, cos’altro vuoi che faccia?”

“Guarda che se non me la fossi sentita di venire te l’avrei detto!” .

Da qualche secondo, Lizzie sembrava essersi bloccata e si stava controllando i piedi:

“Oh... Aspetta!” esclamò, afferrandole un braccio.

“Cosa?”.

Con uno scatto nervoso, Lizzie sollevò il piede e tenendosi il tallone, si sfilò la scarpa:

 “Ah! Un ragnetto nella scarpa, guarda!” disse, tutta preoccupata “Che fai lì impalata? Aiutami!”.

Rachel fissò con aria divertita la sua amica che si dibatteva.

“Con le mani faresti molto prima...” ridacchiò. “Magari è già scappato e non te ne sei accorta.”.

Lizzie la guardò e si chinò raccogliendo il sandalo con la stessa espressione di disgusto di chi afferra un verme.

“Hai ragione” disse con voce agitata. “Qui dentro non lo vedo... magari s’è impaurito ed è fuggito via”.

Rachel la osservò senza dire nulla. Poi un tenero sorriso le piegò le guance. Con Lizzie era così. Finiva sempre allo stesso modo.  Malgrado le lagne e i battibecchi, le sue goffe sceneggiate la divertivano e spesso le facevano passare il broncio. A dire il vero, ne aveva già viste e sentite così tante che, a un certo punto, aveva persino pensato di prenderne nota e dedicarle un libro. Ma adesso che si vedevano ogni giorno, la lista delle cose buffe che le capitavano si era fatta così lunga che non sapeva da che parte iniziare.

Tra le cose che la contraddistinguevano maggiormente, la tendenza a tramutare ogni questione (persino la più banale), in un groviglio di problemi e preoccupazioni. Per questo motivo, Rachel era convinta che molte delle cose che Lizzie le raccontava fossero ridicole e persino inventate.

Tra le storie più curiose, quella della maledizione del pollame era senza dubbio la più avvincente.

Quella volta Lizzie, aveva notato un vecchio libro impolverato, sul finire di una mattinata un po’ noiosa, sbirciando di nascosto nel ripostiglio della biblioteca di paese, dopo che il custode si era allontanato per andare in bagno. In seguito aveva scoperto che il volume era in realtà un saggio sull’evoluzione del rapporto tra uomo e volatile domestico nel diciottesimo secolo, e che si era anche spaventata per aver letto che le uova molto scure sono figlie del dio-diavolo e pertanto, portano sulla cattiva strada. Così, quel pomeriggio Lizzie s’era fiondata nel pollaio e, tutta preoccupata, aveva iniziato a setacciare la lettiera per verificare che le uova fossero rosa e di dimensioni uguali. Ma dopo averne trovate di più scure, s’era subito precipitata in casa, frignando e strillando come un’ossessa per convincere suo padre ad assoldare un esorcista per le sue galline. Così i suoi s’erano precipitati nel pollaio e, trovandolo in subbuglio, s’erano arrabbiati così tanto che per punizione le fu proibito di giocare coi suoi gatti per quasi un mese.

A Nuvola e Pasticcio era legata da uno strano rapporto non privo di opportunismi: qualunque cosa le accadesse, brutta o bella che fosse, finiva per essere raccontata in modo da rendere Pasticcio il responsabile di tutti i suoi guai. Lizzie sosteneva di averlo scelto perché quel giorno, al gattile, le era apparso l’esemplare più vivace e aveva il pelo così giallo da ricordarle una spremuta ogni volta che gli si avvicinava per accarezzarlo. Rachel invece, era sempre più convinta del contrario, dal momento che riteneva i gatti troppo scaltri e intelligenti per fidarsi di qualsiasi essere umano gli capitasse a tiro.

 

Raggiunsero il mulino e, poco più in là, l’appezzamento che il Sig. Dely, il loro vicino, aveva deciso di proteggere da tempo con una grande siepe:

“Lizzie, tu... hai mai capito perché il Sig. Dely ha quella siepe?” chiese Rachel con voce pacata. L’altra la guardò sospettosa, poi si voltò verso la siepe, stringendo gli occhi:

“Già... l’ha messa in piedi all’improvviso e per di più, senza nemmeno avvisarci. Non ti sembra strano?”

Rachel la fissò con aria assorta, Lizzie proseguì:

“Ne avevo parlato con mio padre, tempo fa. Però ecco... ogni volta che gliel’ho chiesto, lui non ha mai saputo rispondermi. È davvero strano.”

“Che tipo misterioso, il Sig. Dely!”

“Però una volta... mami è riuscita a parlare con la moglie. Lei dice che l’ha fatto perché non vuole che la gente si fermi a sbirciare dentro.”

Rachel inarcò le sopracciglia e spalancò le labbra:

“Eh? Sul serio?”

Lizzie annuì:

“A-ha. Pare abbia a che fare con quel furto, ricordi? Quello della scorsa estate... però a me la storia di quei ladri di lenticchie non convince affatto. Vedrai che se lo sarà inventato.”.

 “Mah, chissà se è vero...”

“E se controllassimo?”

“Eh? Ma che cosa dici?!”

“Sarei curiosa di sapere cosa nasconde...” sogghignò Elizabeth. “Questa storia è così losca che anche se provassimo a parlargli non ne ricaveremmo niente. Probabilmente è qualcosa d’illegale”.

 “Dimmi che stai scherzando...”.

“Beh, tentar non costa niente, no?” proseguì Elizabeth con leggerezza.

“Ad esempio, potrei provare a intrufolarmi di nascosto mentre fai la guardia. Bisogna essere almeno in due per una cosa simile... e inoltre dobbia...”.

“Te lo puoi scordare!” sbuffò Rachel, fulminandola con un’occhiataccia. “Lo sai che potresti mettere nei guai i tuoi genitori per una cosa simile?”.

L’altra la guardò senza scomporsi e disse:

“Lui e sua moglie vanno sempre a letto presto, perciò, credo che se ci provassimo di sera manco se ne accorgerebbero”.

Rachel tirò un sospiro e osservò la siepe. Per quanto considerasse Lizzie una pasticciona, la sua sfrontata testardaggine le risollevava il morale e la faceva sentire bene. Però quella stessa ostinazione talvolta superava il limite.

Rachel si voltò verso l’amica senza dire niente. Un attimo più tardi, il suo sguardo non fu più lo stesso:

“Lizzie, ascolta... per quella cosa...” mugugnò “Ti prego, lascia perdere. Magari ne riparliamo un’altra volta, ok?”.

Lizzie annuì, nascose le mani dietro la schiena e chinò la testa:

“D’accordo, non preoccuparti” mormorò “Possiamo anche rimandare a un’altra volta se vuoi, tanto non cambia niente...”.

“Mi dispiace”.

Elizabeth esitò:

“Rachy... in realtà volevo dirtelo anche prima”.

 “Che cosa?”.

“N-no niente...” cominciò, strofinando la scarpetta contro l’erba con la testa china. “È solo che.... sai... ultimamente, sembri parecchio strana. Me ne sono accorta quando sono venuta l’altra sera, prima che andassi a letto. E anche il giorno prima a dire il vero. Persino in questo momento... ad essere sincera, è da un po’ che ci faccio caso. Sicura di sentirti bene?”

Senza neanche guardarla, Rachel sollevò la stampella e lentamente la risistemò sul braccio:

“Boh, credo di sì...” disse pacatamente. “E comunque... non mi sento strana. Non è che ti confondi con qualcun altro?”

Elizabeth la fissò smarrita. Seguì qualche secondo di silenzio, poi:

“Ti hanno chiamato in quell’ospedale un’altra volta, vero?”

Rachel tentennò per un momento, quindi proseguì:

“Beh ecco... zia Wendy... ha parlato coi dottori. Vogliono che torni là domani. Pare che si tratti di un nuovo esame.”.

Lizzie ebbe un sussulto e deglutì:

“Di già?” commentò sorpresa. “Ma quindi, cos’è che fa? E dove? Ma almeno... ti hanno detto se ti faranno male?”

Rachel si girò verso di lei con aria stanca:

“Non saprei...” disse con disinteresse. “Con Zia Wendy in realtà non ne ho parlato. A dire il vero, non ci tengo molto.”

“Beh, penso che dovresti” disse Elizabeth. “Sono anni che continuano a torturarti con quegli esami, oltretutto senza ricavarci niente. Mi chiedo come tu faccia a sopportarli... al tuo posto sarei impazzita”.

Rachel si concentrò sulla stampella, strofinandone la punta sul terreno con insistenza:

“Sai... qualche volta me lo sono chiesta anch’io”

Lizzie la fissò e Rachel trasse un lungo respiro come per farsi coraggio. Un velo di risentimento le sfiorava gli occhi:

“Zia dice che cambiare il nostro ospedale con un altro non servirebbe. Il St. Laurent invece... è convinta sia il più adatto perché i medici sono parecchio in gamba.”

“See...” bofonchiò Elizabeth. “Con quello che combinano, meriterebbero la prigione e basta!”.

Rachel si voltò verso di lei. Un malinconico sorriso le comparve in volto.

“Almeno ti hanno spiegato di che si tratta?”.

“Mah... da quel che ho capito, dovranno farmi alcune piccole punture e mettermi in una grossa macchina...”.

“Sei preoccupata?”

“Non molto, a dire il vero. Però... se riuscissi a distrarmi come oggi, alla fine, non mi peserebbe affatto. In ogni caso...”

“Cosa?”.

“Dovrò restare in ospedale diversi giorni. Tre, o anche di più probabilmente. Almeno, così hanno detto.”

Lizzie abbassò gli occhi e di nuovo, si mise a guardare in terra:

“Mmh, ok...”

“Sai, stavo pensando...”. La voce di Rachel riprese forza. “Che ne dici se quando torno andiamo al fiume? È da un po’ che non ci torniamo, no? Sai, dopo tutto questo tempo sempre ferma, non vedo l’ora.”

Lizzie abbozzò un sorriso. Gli occhi umidi, le labbra tremanti. Le scappò un singhiozzo, quindi si gettò su Rachel per abbracciarla, la voce ridotta a un sibilo:

“Scusa per quello che ho detto prima!”

“Eh?”

“Io... non facevo sul serio... d’intrufolarmi di nascosto dal Sig. Dely, intendo. E comunque, sappi che finché non sarai a casa non farò più niente!”

 “Ehi, ok... non preoccuparti” la rassicurò Rachel, cingendola col braccio per rincuorarla.

L’altra la fissò perplessa e disse:

“Però, quando ritorni... promettimi che non andrai più in quell’ospedale. Giuralo!”.

“E come?” protestò Rachel. “Non so quanto durerà... e poi, finché non avrò finito con gli esami il Dott. Simmons non potrà dirci niente.”

Lizzie emise un mugugno e provò a sorridere:

“Verrò a trovarti quando torni. A proposito... tuo fratello e il Sig. Rossmann in questi mesi... sarei curiosa di sapere che ne pensano. Sul serio non ti hanno detto niente?”

Sopra di loro, una lenta nube color panna stava imbrigliando il sole.

“I miei zii di quei medici si fidano. Per questo che zia Wendy continua a portarmi lì.”.

Lizzie le restituì una smorfia e aggrottò la fronte:

 “Hai proprio la pazienza di un leone tu...” sospirò con aria di rassegnazione.

Rachel fece un’espressione sconsolata e disse:

“Mio fratello invece... la pensa proprio come te. Non fa altro che ripetere che è inutile e che perdiamo tempo. A quanto pare, l’ospedale in cui mi portano non lo convince affatto.”

“Hai visto, che cosa t’avevo detto?” s’agitò Elizabeth. Rachel proseguì:

“Comunque sia... non capisco cosa c’entrino i leoni con il fatto di essere pazienti o meno. È una frase che non ho mai sentito. Non è che te la sei inventata?”.

Le labbra di Lizzie si piegarono in un sorriso astuto:

“Beh, non so se lo sapevi ma i leoni oltre a essere feroci hanno una gran pazienza. L’ho letto in un libro che Mrs. Bancott teneva nella sua borsa”.

“Che?! Lo hai fatto ancora!?” esclamò Rachel sorpresa. “Finirai per farti sospendere sul serio se non la smetti...”

“Vuoi scherzare?” sogghignò Elizabeth. “Non hai idea di quanto sia rintronata quella donna. È così buffa...”

“Ah, e io che pensavo fosse solo una tipa noiosa e basta...”

“Avessi visto che razza di faccia ha fatto, quando se n’è accorta... sembrava una scimmia isterica, ti giuro, era uno spettacolo...”

Si guardarono negli occhi, in silenzio. Poi entrambe scoppiarono in una risata.

“Quando torni, voglio mostrarti un libro.” confessò Lizzie con entusiasmo. “Sai, tra quelli che le ho trovato nella borsa ce n’è uno su alcune storie un po’ bizzarre che è un vero spasso.”

Rachel annuì, poi un colpo di tosse improvviso le spezzò il fiato.

“Vuoi che ti accompagni fino a casa?” domandò Elizabeth.

“Ormai siamo arrivate...” la tranquillizzò Rachel. “Posso anche far da sola, da qui in poi, non preoccuparti.”

“Va bene, ma... ricordati che per quella visita devi darmi retta.” Rachel si girò verso l’amica e vide che si era fatta seria.

“Sì, insomma, non devi fare tutto quello che ti chiedono, non sei obbligata... ”.

Si sforzò di sorriderle. Proprio in quell’istante, un senso di fiducia prese a riscaldarle il petto. Le strinse la mano con più forza, poi lasciò scivolare via le dita. Un attimo più tardi erano già distanti.

“Chiamo domani per sapere quando torni. Tu intanto... fatti coraggio e cerca di tenere duro, ok?”. Lizzie le parlava con voce squillante, sventolando il braccio. Rachel le urlò qualcosa per rassicurarla e si avviò verso casa.

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