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Pearlchild I - Cap 1.2 "Scatola"

25 gen 2023
Tempo di lettura: 14 min

Aggiornamento: 23 set



Raggiunta la porticina sul retro, tirò la cordicella e con un sospiro mise da parte la stampella. Quindi si appoggiò col fianco contro la colonna. Una sensazione di disagio prese a brulicarle in testa. Per un attimo non fu in grado di capire cosa fosse o da cosa dipendesse. Infine capì. Era colpa di quel peso. Il buio di quella vita senza respiro, come se tutta la sua esistenza fosse stata schiacciata e rinchiusa in una scatola senza via di uscita. Un luogo stretto e soffocante, con due piccoli spioncini attraverso cui osservare il mondo esterno con distacco, e sempre nello stesso modo. Dei due, il primo la teneva legata alla sua stanza. Il secondo comunicava con l’ospedale. In quella scatola, era costretta a usare entrambi ma, almeno nel primo caso, poteva sentirsi al sicuro. Dopotutto, lassù nella sua stanza, aveva sempre conservato tutto e col tempo era riuscita a non farsi mancare niente: la sua raccolta di romanzi preferita, il collage di ritagli e brillantina, regalo delle sue ex-compagne, la villetta in miniatura, un goffo elefante rosa di pezza e gomma. Infine, l’armadietto in legno di ciliegio che tanto l’aveva colpita poco dopo che sua madre l’aveva lasciata.

Da circa un anno se l’era fatto spostare appositamente in camera e lo aveva ridipinto di bianco, abbellendolo qua e là con ghirigori e decorazioni. Infine, aveva chiesto a Zia Wendy di svuotarlo per ripulirlo e sistemarci dentro i suoi vestiti preferiti e qualche bel cappello.

La mattina presto, la frescura e il bagliore delle prime giornate estive la invogliavano a liberarsi del pigiama e a frugare nell’armadietto in cerca dell’abito o della camicetta che più le piaceva. Col passar degli anni, il giallo era diventato di gran lunga il suo colore preferito. Col tempo, anche il suo armadietto si era riempito di vestiti dalle tonalità morbide che sfumavano dal paglierino al color crema durante l’estate. Poterli indossare l’uno dopo l’altro e ogniqualvolta lo desiderava, era uno dei suoi passatempi preferiti e di tanto in tanto, la faceva sentire libera. Un privilegio che molte ragazzine della sua età non conoscevano e che forse non avrebbero mai avuto la possibilità di concedersi.

Il rigido costume di quegli anni, infatti, imponeva alle classi meno abbienti il rispetto degli schemi e obblighi sociali sempre più severi. D’altro canto, gli strascichi di una guerra proseguita per due anni e mezzo erano destinati a durare a lungo. Così, specialmente nelle famiglie più numerose e fragili, accadeva spesso che i più piccoli crescessero sotto un’educazione intransigente che concedeva ben poco spazio alla libertà. Chi finalmente superava i sedici anni, d’altronde, celebrava quel traguardo con orgoglio, continuando però a portarsi dietro il peso di principi e convenzioni che lo avevano accompagnato per tutta l’infanzia. Al tempo stesso però, continuava ad aggrapparsi a una visione del mondo in cui il rifiuto di ogni cambiamento rappresentava l’unica difesa dalle conseguenze della grande crisi.

Riguardo al cibo, il razionamento delle scorte alimentari aveva indotto le famiglie a calendarizzare i pasti sulla base delle provviste che venivano rese disponibili da una settimana all’altra. Senza poi dimenticare le sacrosante norme sull’abbigliamento da indossare a seconda delle circostanze: il completino per la scuola e un secondo paio (perfettamente identico) da conservare rigorosamente come ricambio per la settimana successiva. E ancora l’abitino della domenica e quello per le ricorrenze, il vestito per le feste e quello da sfoggiare davanti ai parenti o in particolari occasioni.

Così, da quando i medici le avevano consigliato di rimanere a casa, un unico e insistente pensiero le brulicava in testa: appoggiarsi il più possibile all’affetto e alla solidarietà della famiglia per disobbedire agli schemi.

Tra le cose che aveva cominciato a chiedere, quella di poter leggere dei libri era la più importante.

Adorava le poesie sulla natura e i saggi delle Grandi Case Occidentali erano la sua passione. La scuola l’aveva da tempo avvicinata ad autori del calibro Peter Brahms e J. Heinkel. A soli otto anni aveva imparato a memoria i Ventuno Canti dell’Oracolo e, in meno di un mese, vi aveva scritto un saggio. Quando la guerra l’aveva costretta ad abbandonare casa, anziché trascorrere il tempo con le altre bambine, si ritirava per delle ore in dormitorio e si metteva a scrivere.

La preside e più di un'insegnante erano convinte che Rachel fosse sempre stata di gran lunga superiore alle altre allieve e che la sua perdita, per quanto triste e inverosimile, fosse pressoché incolmabile.

Una fresca mattina di primavera, sul finir della lezione, Mrs. Huggins, la sua maestra preferita, l’aveva fermata apposta per elogiarla e spingerla a coltivare la sua passione. Era convinta che possedesse un gran talento e che un giorno sarebbe potuta diventare una scrittrice. Rachel ricordava bene quel momento: un gesto di stima e benevolenza che aleggiava tra le parole come un soffio dolce e accogliente. Lei quella mattina non era stata in grado di comprenderlo. Adesso però quel ricordo le scaldava il petto e le faceva palpitare il cuore per l’imbarazzo.

Pochi giorni prima di lasciar la scuola, Rachel aveva supplicato sua zia di insistere con la direttrice affinché la signorina Huggins potesse seguirla di persona come aveva sempre fatto. La direttrice però, dopo qualche tentennamento, aveva deciso di non assecondare la richiesta, sostenendo che da tempo circolavano fra le famiglie alcune giovani donne istruite che offrivano assistenza per quello scopo.

Così, nel giro di qualche settimana, era spuntata a farle visita una minuta ragazza bionda dagli occhiali enormi. Arrivava sovraccarica di testi e plichi di esercizi e formulari da ripassare. Quando Rachel le aveva chiesto che ne sarebbe stato delle lingue e dell’eserciziario di grammatica, lei subito aveva arricciato il naso e si era messa a ridere. Come se non bastasse, con il passar dei mesi la nuova maestra si era fatta fredda e puntigliosa, ma nonostante il disappunto di Rachel per la sua presenza le lezioni erano proseguite senza particolari intoppi. Poi però, un giorno, Lizzie non era riuscita a trattenersi: aveva iniziato a fantasticare che, bersagliando l’insegnante con qualche marachella o altro dispetto ben studiato, lei, prima o poi, avrebbe perso le staffe e, in preda a una crisi isterica, non sarebbe più tornata.

Fu proprio ciò che accadde a distanza di pochi giorni: con anarchica eleganza, Elizabeth era riuscita a pianificare ogni cosa senza tralasciare nulla. Consapevole di tutte le terribili cose che un’amica come Lizzie avrebbe potuto combinare a quella sfortunata donna, Rachel le aveva dato carta bianca e non le si era opposta.

Il piano di Lizzie era consistito nell’addestrare Pasticcio ad espletare quotidianamente i suoi bisogni sul cofano dell’auto della giovane maestra, non appena questa la parcheggiava lungo la strada prima della lezione. Poi, mentre questa si svolgeva, si metteva a gironzolare per la campagna, catturando moscerini e altri insetti fastidiosi che poi attaccava al parabrezza con un po’ di colla. Dopo appena qualche giorno, la povera Greta (aveva espressamente chiesto a Rachel di esser chiamata col suo nome, fatto curioso e alquanto raro, almeno per quei tempi) non poté fare a meno di scontrarsi coi suoi zii, dando vita a burrascose discussioni ogni volta che arrivava per la lezione.

Poche settimane dopo, Mrs. Huggins aveva finalmente scritto a Wendy chiedendo di poter visitare la nipote per sincerarsi delle sue condizioni e spronarla a leggere. Rachel aveva accolto la notizia con entusiasmo. Un giorno, al rientro da un ricovero un po’ lungo, le aveva mostrato alcune delle sue poesie migliori e s’era rimessa a scrivere.

Sin dal primo anno, l’ammirazione e la fiducia che nutriva per la sua ex-insegnante erano pressoché intoccabili. Quando la gentile maestra, al termine di ogni visita, si alzava in piedi e la salutava con una carezza, un formicolio improvviso le mozzava il fiato. Un’emozione che le sobbalzava in petto e poi, lentamente, le risaliva nella gola fino a sbocciare sulle labbra in parole e frasi che nemmeno si rendeva conto di pronunciare:

“Signorina Huggins, tornerà a trovarmi? Signorina Huggins, lo sa che mi mancano moltissimo le sue lezioni? Signorina Huggins, se le fa piacere, può restare. Signorina Huggins?”

Con l’arrivo dell’estate, finalmente, la maestra era andata a trovarla spesso.

Da lì a poco però, l’inquietudine della popolazione di fronte a una guerra imminente avrebbe costretto molte famiglie alla mobilitazione: abbandonare in fretta le proprie case, per rifugiarsi verso nord, al riparo dalle manovre militari e ogni eventuale attacco. Quando Rachel, sempre più preoccupata, aveva insistito con Lizzie per avere notizie dalla scuola, le era stata recapitata una lettera che riassumeva in poche righe le principali difficoltà dell’istituto nell’andare avanti. Quanto a Mrs. Huggins, la giovane maestra era scomparsa all’improvviso come un fantasma e per settimane non aveva più dato notizie di sé. Un mese più tardi, Rachel aveva ricevuto un telegramma da parte della sua ex-maestra. La giovane le aveva raccontato di essersi dovuta trasferire al nord per scappare dai bombardamenti e dalle zone a rischio, pregando per il marito affinché abbandonasse il fronte e per assisterla nella gravidanza come le aveva promesso.

Al ricordo della sua giovane insegnante, un brivido di tristezza le attraversò il petto.

 “Dio, che faccia stanca, ma che hai fatto? Ti senti bene?”.

La sagoma di zia Wendy era appena sbucata da dietro la porta.

Rachel riafferrò la stampella e con aria assente attraversò l’ingresso:

“Tranquilla zia, sono solo stanca...” bisbigliò quasi di controvoglia “Lizzie si era offerta di riaccompagnarmi a casa ma era un po’ di fretta, così ci siamo salutate prima”.

“Ah! Hai di nuovo lasciato l’altra stampella in camera...” borbottò la donna “Insomma, quante volte te l’ho detto... dovresti abituarti a usarle entrambe, quelle stampelle! Ricordi il dottore cosa ha detto, devi imparare a rispettare tutte le regole, se vuoi guarire...” Ancor prima di terminar la frase, la donna la aveva afferrata per un braccio e si era messa a ripulirle la gonna dai fili d’erba mentre la guidava verso l’ingresso.

“Ma Zia, te l’ho già detto...” mugolò Rachel, sospirando appena “Adesso che sto meglio l’altra non mi serve più. Oggi, ad esempio, ho camminato tutto il tempo insieme a Lizzie senza sentire niente!”.

Il tono della voce di zia Wendy s’ammorbidì, ma senza perdere la durezza e l’energia che la contraddistinguevano.

“Rachel, per favore...” attaccò “Tanto per cominciare, pulisciti quelle scarpe... lo vedi come le hai ridotte? E cielo... guarda quelle gambe... se ti si gonfiano di nuovo giuro che mi senti urlare!”.

Rachel strofinò le suole contro il tappetino e, tenendosi stretta a zia Wendy, attraversò il soggiorno. Raggiunte le scale, afferrò svogliatamente il corrimano, poi con un sospiro disse:

 “Allora spero solo che si riempiano di bolle così non le puoi bendare”. Una risatina di sfida le aveva incurvato le labbra. Poi si voltò dall’altra parte, incapace di sostenerne lo sguardo.

“Lo trovi forse divertente?” tuonò la donna, scuotendole il braccio con uno strattone.

“Tuo zio ed io ci preoccupiamo della tua salute ogni santo giorno...”.

Un fremito sottile le contrasse le labbra per un istante.

“Ah, se solo il Dottor Simmons si decidesse una volta tanto a darti le medicine giuste...”.

Spinta da un rimorso improvviso, Rachel si voltò verso di lei, stringendole il polso:

“Zia Wendy, mi dispiace...” disse sottovoce, la testa chinata.

Seguirono alcuni secondi di silenzio. Poi il volto di zia Wendy si fece più disteso e assorto. Rachel deglutì. Le sue pupille color noce vacillarono per un istante.

Un legnoso cigolio le accompagnò lungo le scale mentre salivano:

“Zia Wendy... Lizzie dice che il Dr. Simmons e i suoi colleghi sono degli incapaci, secondo te è vero?”.

La donna le lanciò un’occhiataccia e disse:

“La tua vicina parla troppo... e comunque, dovrebbe smetterla di ficcare il naso in cose che non la riguardano”.

 “Ma se fosse vero?!” chiese Rachel. “Forse, non sono così bravi come dicono. Forse sono solo dei confusionari e basta. Per quello non riescono a trovare la cura giusta...”.

Wendy non rispose, ma giunti in prossimità del pianerottolo, si fermò e fissò negli occhi la nipote con disappunto. Tirò un sospiro e, rassegnata, le accarezzò la guancia fino a sfiorarle la piccola voglia rossa sotto la palpebra.

“Ascolta...” bisbigliò “Lo sai che è una questione complicata, devi sopportare...”.

La nipote fece una smorfia e si ritrasse di scatto. Pochi secondi più tardi erano entrambe in camera. Rachel se ne stava immobile, seduta sul proprio letto, lo sguardo fisso sulle mani di zia Wendy che si muovevano indaffarate per aiutarla a svestirsi.

“Vorrei che cambiassimo ospedale” disse improvvisamente, quasi in tono di sfida.

“Lo sai che non possiamo”.

“E perché no? Ci sono un sacco di altri posti...”.

Le dita di zia Wendy armeggiavano impazienti tra un bottone e l’altro.

“Non so di cosa parli...” sentenziò la donna. “A ogni modo, il Saint Laurent è in assoluto tra i migliori. Tantissime persone sono andate lì per fare esami e curarsi e che io sappia non s’è mai lamentato nessuno. Avanti, girati dall’altra parte”.

Rachel strinse gli occhi e contrasse le labbra. Wendy nel frattempo non aveva più aperto bocca. Aiutò Rachel a infilarsi nella camicetta da notte, poi le sistemò le maniche e allacciò il colletto. Prese il bel vestito color crema e, dopo averne lisciato una piega con il palmo lo ripose nell’armadietto:

“Ah, hai visto come l’hai sgualcito...” commentò senza staccare gli occhi dal guardaroba. “Sarà il caso di dargli una stirata non ti pare?”.

Rachel s’intrufolò nel letto e fece scivolare lentamente le gambe sotto le coperte.

“In realtà vorrei portarmelo domani...” disse con aria delusa. “Quello e anche il pigiama di zia Flore che hai lavato ieri. Quello con i fiorellini...”.

Le labbra di zia Wendy si contrassero per la stanchezza:

“Rachel...” disse sbuffando. Rachel la interruppe di nuovo:

“Zia, ti prego! Non voglio stare tutto il tempo con quell’orribile vestaglia addosso... è la cosa più indecente che abbia mai messo, mi dà fastidio!”

“Lo sai che non si può, devi sopportare”.

Rachel fissò lo specchietto a forma di mela gialla davanti al letto. Poi con uno scatto nervoso si liberò della coperta scaraventandola sui i piedi con noncuranza:

“Continui a dir così, ma in realtà sono sicura che non glielo hai mai chiesto” protestò, strofinandosi la guancia in corrispondenza della piccola voglia rossa sotto la palpebra.

Senza risponderle, la donna le si sedette accanto. Con delicatezza, le affondò una mano tra i capelli fino a sfiorarle una guancia:

“Finirai per affaticarti se non ti stendi...” disse con voce calma. Poi sembrò interrompersi.

“Ah, è ora di cena...” sussultò. “Sarà meglio che torni giù, tuo zio sarà di ritorno da un momento all’altro...”.

La donna le riassettò le coperte e con un timido sorriso tornò alla porta. Non appena si voltò, Rachel afferrò il lembo superiore della coperta e tornò a coprirsi:

“Zia?”

 “Si?”

Rachel esitò. Gli occhi lucidi, rivolti verso un angolo della stanza, come se un improvviso ripensamento l’avesse costretta a fare un passo indietro.

“No, n-niente...”.

Per un istante, aveva sentito il bisogno di rivolgerle la parola per ringraziarla, ma si sentiva bloccata:

“Pensa a riposarti mentre vado a preparar la cena”. E così dicendo s’allontanò.

Non appena uscì, la ragazzina sollevò gli occhi verso il lampadario e guardò il soffitto. All’improvviso, un fremito di disgusto le lambì lo stomaco. Le tornarono alla mente gli infermieri, e poi medici che sfilavano lungo la corsia pediatrica e che, afferrandole le braccia, la tenevano ferma. Che visione terribile! Se solo avesse la facoltà di scegliere, ne avrebbe fatto volentieri a meno.

Da qualche mese, inoltre, aveva come l’impressione che tutto ciò che il Dott. Simmons le aveva promesso non le importasse. Eppure la fiducia che per anni aveva riposto in quell’uomo l’aveva tenuta in piedi.

Durante i primi mesi all’ospedale, le era capitato di star male. Quando ciò accadeva, le bastava chiamare sua zia e sprofondare tra le sue braccia per sentirsi meglio. Ma poi i medici avevano cominciato a richiamarla sempre più spesso, trattenendola per giorni in una stanza dove soffocanti figure vestite di azzurro la circondavano per sottoporla a esami e controlli vari.

Sul suo stato di salute, per un po’ di tempo il Dottor Simmons, il primario, era rimasto cauto. Una mattina però, una lunga riunione coi colleghi lo aveva convinto a esporsi. Così il giorno seguente, aveva richiamato Met e Wendy nel suo ambulatorio e, con estrema cautela, aveva raccontato loro ogni cosa. Dopo molti giri di parole, aveva cominciato a parlare di una rara anomalia genetica che impediva alle fibre dei suoi muscoli di ripararsi e continuare a crescere. Malgrado lo smarrimento iniziale, Met e Wendy avevano accettato la notizia con lucidità: per qualche istante, si erano fatti da parte, poi si erano guardati negli occhi in silenzio e avevano cercato di farsi coraggio a vicenda. Una volta ritornati a casa però, avevano preferito non dire nulla per alcuni giorni, nel timore che Rachel si spaventasse e che suo fratello ci rimanesse male.

Per i primi mesi, si erano limitati a dirle che aveva i muscoli un po’ fragili e che crescendo sarebbe guarita. Ma dopo neanche un anno, i bruciori alle ginocchia e la sensazione delle gambe pesanti e molli s’erano fatti via via più frequenti e intensi, e Rachel era stata costretta a tornare in ospedale e affrontare i medici. Quella volta, le avevano spiegato che sarebbe stata una questione di pochi giorni e che poi sarebbe potuta uscire. Ma la seconda notte Rachel si era sentita molto male e gli infermieri erano corsi a prenderla: delle fitte lancinanti all’addome e un febbrone da cavallo, di quelli che ti bruciano la pelle e ti prosciugano fino a liquefarti i muscoli.

Zia Wendy, che in quel momento era lì con lei, si era lasciata prendere dall’angoscia e, non avendola mai vista soffrire in quel modo, si era messa a piangere. Met e Matias, invece, erano ancora a casa e, subito dopo la chiamata, si erano precipitati in viaggio, nel cuore della notte, a bordo di uno sgangherato furgoncino bianco che già in un’occasione li aveva lasciati a piedi.

All’inizio, il Dr. Simmons aveva associato l’episodio agli effetti del nuovo farmaco, ma presto dovette ricredersi, e nonostante la sfilza di referti e dati a disposizione, non fu in grado di fornire una spiegazione sull’accaduto.

Il giorno seguente, aveva richiamato Wendy per spiegare che il caso era complesso e che perciò avrebbe dovuto trattenere sua nipote ancora a lungo. A Met e Wendy, non era rimasto che rassegnarsi e affrontare ancora una volta la realtà a viso aperto, come avevano sempre fatto. Finché non avessero ottenuto una diagnosi più precisa, sarebbe stato necessario valutare nuove piste ed esaminare il caso sotto ogni aspetto. Da quel giorno, Rachel era rimasta in ospedale per un altro mese e a causa delle raccomandazioni dei medici, non aveva più potuto lasciare il reparto.

Di quel ricovero, adesso, non le restava che il ricordo di un convulso via-vai di medici e infermieri che a intervalli regolari le somministravano punture e la riempivano di pastiglie.

L’autunno seguente, erano spuntate alcune nuove medicine e Rachel aveva iniziato a sentirsi meglio. Poi, finalmente, una piovosa domenica di Ottobre, il Dr. Simmons l’aveva fatta dimettere. Rachel avrebbe compiuto gli anni da lì a poco, e Matias e Met avevano sparso la voce tra parenti e conoscenti, spiegando che la ragazzina si era ripresa e che presto ci sarebbe stata una grande festa. Ma nonostante i buoni auspici, il calore e la pace di quei giorni non erano durati a lungo, perché anche dopo molte settimane, la vita di Rachel non era stata che un nuovo, estenuante carosello di raccomandazioni e farmaci che sembravano non darle tregua e che, sempre più sovente, la costringevano a rimanere a letto. Quanto alla malattia, nessuno dei medici che l’avevano seguita era riuscito a darle un nome né a capire da cosa dipendesse. Solo alcuni mesi più tardi, il Dottor Simmons aveva di nuovo ricevuto Wendy e Met nel suo studio e accogliendoli con aria stremata, aveva raccontato loro ogni cosa. A un certo punto aveva iniziato a parlare in modo strano e il tono della sua voce s’era fatto cupo. Dalla sua bocca erano uscite spiegazioni talmente complesse da lasciare Wendy e Met completamente smarriti. Quando gli avevano chiesto di spiegarsi meglio, lui aveva fatto un lungo respiro e, fissandoli con aria torbida, si era tolto gli occhiali.

All’improvviso, dalla sua bocca erano sgorgate frasi taglienti come lame e a Wendy era scappata qualche lacrima, poi, dopo essersi strofinata gli occhi, aveva afferrato con forza la mano di suo marito portandosela sopra il ginocchio.

Stando a quanto il medico aveva raccontato, le condizioni di salute di Rachel erano diventate ingestibili e nel giro di pochi anni sarebbero peggiorate ulteriormente. Aveva anche spiegato che la fragilità motoria che l’affliggeva era legata in qualche modo a emorragie che perduravano da tempo nel suo intestino e che per questo motivo sarebbe stato necessario operarla. Dopo averle ripetuto qualche lastra, infatti, un medico più esperto si era insospettito e, consultandosi con Simmons, gli aveva fatto notare alcune macchioline nella parte inferiore dell’addome. La diagnosi che ne era uscita, questa volta, era stata più netta e non lasciava spazio a illusioni: a causa di un raro difetto genetico, alcune cellule del suo sangue erano come impazzite e, anziché proteggerla, ne aggredivano lentamente i tessuti fino a consumarli. A quelle parole, zia Wendy si era sciolta all’improvviso in un pianto strozzato. Il Dott. Simmons, visibilmente a disagio, aveva cercato di confortarla ribadendo il suo impegno a curare sua nipote a qualsiasi costo.

La sera di quello stesso giorno, tornando a casa, la povera donna aveva approfittato di una sosta per acquistare un piccolo pendaglio a forma di rondine. Poi era tornata in macchina e, stringendoselo forte al palmo, aveva cominciato a pregare sua sorella affinché potesse nuovamente scendere nel loro mondo per rimanerle accanto. Per quanto tempo, non avrebbe saputo dirlo a nessuno, ma sapeva che ne aveva bisogno e poiché sentiva che una luce nel suo cuore si stava lentamente spegnendo non era più riuscita a smettere.

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